Ultima modifica: 16 Maggio 2022

Concorso nazionale di scrittura “Che Storia!”

Racconti meritevoli di pubblicazione ….

 

“L’Accademia dell’Arcadia di Roma, in collaborazione con l’Istituto di Storia dell’Europa mediterranea del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Istituto Storico Italiano per l’età moderna e contemporanea, il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila e la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, ha indetto la quinta edizione di Che Storia!, concorso di scrittura a squadre riservato agli istituti di istruzione secondaria di secondo grado.

Lo scopo è stato quello di offrire una modalità di apprendimento coinvolgente che, privilegiando il lavoro di gruppo, fornisse un’ulteriore opportunità di crescita culturale e di maturazione psicologica. I gruppi di studenti, liberamente formatisi, avevano ampia possibilità di scegliere argomento, trama e stile, nei soli vincoli di spazio e tipologia testuale, purché all’interno di un ambito storico determinato, dimostrando competenza e coerenza espressiva. La valutazione della qualificatissima giuria, tra i cui componenti spiccano eccellenze quali il professor Luca Serianni, uno dei maggiori linguisti e filologi del nostra Paese, si basava su quattro principali cardini: le conoscenze e competenze storiche, quelle di lingua italiana, le capacità narrative e l’originalità del racconto.

Tre studentesse delle classi del Linguistico del nostro Liceo, Margherita Arcangeli (1 C), Anna Donati (1 C) e Anna Righi (1 D) sotto la guida della professoressa Beatrice Talozzi, si sono cimentate nella prova realizzando insieme un racconto dal titolo “L’ultima neve d’inverno”, ambientato in Russia durante l’ultimo periodo bellico. Nell’agone si sono confrontate con gruppi di coetanei di quasi duecento scuole di tutta Italia, tra le più prestigiose, suddivisi tra studenti e studentesse del primo biennio e studenti e studentesse del triennio.

La loro opera ha incontrato il favore della giuria ed è stata per questo inserita nella sezione dei racconti meritevoli di pubblicazione. Senz’altro una bella gratificazione che premia, non solo le loro indubbie capacità, ma anche l’impegno e la passione che le tre autrici hanno profuso nella creazione e nella realizzazione del loro lavoro.”

 

Per l’inquadramento del periodo storico le studentesse si sono avvalse della consultazione delle principali voci dell’Enciclopedia Treccani, mentre per quanto concerne il dettaglio relativo alle questioni monetarie hanno visionato il contenuto del sito dedicato al valore del rublo in quell’epoca. Hanno poi fatto ricorso, come prassi abituale, al dizionario della lingua italiana.

 

L’ULTIMA NEVE D’INVERNO

Storia di un gioiello: la vertigine di ritrovarsi

 

 

  • Margherita Arcangeli e Anna Donati (1CL)
  • Anna Righi (1GL)

Prof.ssa Beatrice Talozzi

CAPITOLO 1

Io, un foglio bianco e una miriade di pensieri che annegano non appena apro bocca. Un ciondolo che pesa nella mia mano. Lo apro e lo guardo.

La sua bellezza sembra coincidere con quella della mia anima. Ma no, non è così. Solo un’illusione. Perché quel ciondolo non è mai stato mio, né mai lo potrà essere.

CAPITOLO 2

Mi chiamo Veronika, ho ventisette anni e sono una ladra. No, non è vero. Non ho mai rubato. Solo una volta. O meglio, non ho mai rubato qualcosa che appartenesse a qualcuno. Solo cose prive di nome, etichetta, distintivo. Solo cose che non voleva nessuno e che, quindi, mi spettavano. Gli scarti, ecco.

Perché a me nessuno ha mai regalato nulla. Io non sono mai stata nei pensieri di nessuno. Mai un oggetto da poter chiamare mio. Fino a quando ho scelto di essere qualcun’altra. La proprietaria di una collana. Acciaio a forma di cuore. Freddo come l’inverno russo, che bussò alla mia finestra anni fa. Ma cominciamo dall’inizio.

CAPITOLO 3

Marzo 1941. Una sera come tante: un’altra giornata stava giungendo al termine, lieve e indolore. Mia madre accese la radio mentre preparava la cena. Manzo e barbabietole, quella sera. Uno dei rari piatti che di lì a parecchio tempo avrei ricordato con piacere. Lo faceva sempre, far parlare l’aggeggio metallico, intendo. Riunirci attorno al tavolo mentre ne udivamo i messaggi era praticamente l’unico momento in cui io e la mia famiglia condividevamo la stessa aria. Anime bisognose di riparo e protezione, curate e medicate da una voce ruvida e gracchiante. Era il nostro modo per analizzare la giornata appena trascorsa e per accusare frammenti di conversazioni, per quanto la maggior parte delle volte non ci fosse nulla di poi così entusiasmante da raccontare. Ma alle persone piacciono le abitudini. Le fanno sentire al sicuro, credo. E mentre fuori una spessa coltre di neve ricopriva il paesaggio che un tempo doveva essere stato verde, io mi concentravo sulla legna che ardeva dentro al camino. Ah, il nostro camino! Quanti silenzi abbiamo condiviso, solo io e lui. Sembra così affascinante, pensavo. Passare dall’alto di un abete al tragico tepore di un fuoco che ti divora lentamente. Bello. Ancora ignoravo che quella sarebbe stata la fine di tante, ma tante persone. Tante come gli abeti del bosco dietro casa.

  • Venite, venite! Ascoltate che si dice! – sibilò mia madre, interrompendo bruscamente il flusso della mia coscienza. Faceva sempre così. Tant’è che talvolta mi sfiorava il dubbio di aver parlato ad alta Per quanto non fosse così. Non era mai così.
  • Non è possibile. Ci attaccheranno a breve! Odiosi tedeschi. Il generale ha ragione. Il pericolo è molto più vicino di quanto Questo popolo ci manderà in malora, tutti quanti! Poveri russi… – aggiunse poco dopo mio padre, con fare drammatico.

Lentamente, il coro si estese. I miei fratelli e le mie sorelle desideravano urgentemente unirsi al lamento collettivo. Piangere le stesse cose rende le persone unite. Rimpiangere le stesse persone unisce le cose.

Tutti tranne me che, restando in disparte, aspettavo solo che qualcuno facesse il mio nome. Da un momento all’altro. Anche se non sarei stata pronta a rispondere.

CAPITOLO 4 

  • Mia brava bambina, mi raccomando: non toglierti il berretto per nessuna ragione, va bene? Devi tornare con la farina il prima possibile. Ci serve per il pane, che ci serve per sopravvivere, lo sai vero? E se qualcuno ti dice qualcosa, tu digli che ha completamente Ci siamo capite?
  • Va bene, Torno presto, tu aspettami.

Un piede dopo l’altro, il mercato di Stalingrado. Noi russi siamo particolarmente bravi a fingere che vada tutto bene, pensai. Lì la vita continuava ancora nell’eterna beatitudine del non sapere. Ma ancora per poco.

  • Mi serve la Quella buona per fare il pane buono.
  • Quanta?

Diedi qualche pezzo di carta e pochi spiccioli al signore con la pancia grossa e i baffi appuntiti e lui mi disse che non erano abbastanza. Niente sarebbe mai stato abbastanza, di quei tempi.

  • È la vostra farina che costa
  • Come, signorina?
  • Può togliere un po’ di farina?

I giorni scorrevano come tante fotografie e tutto cambiava come cambiano le persone delle fotografie. I miei genitori confabulavano come le streghe dei miei libri, che prima di diventare miei erano stati di qualcun altro. Io passavo il tempo a guardarne le figure, ad annusarne il profumo e a passare lentamente il dito sui titoli in rilievo. Erano pochi ma non ne avrei desiderati altri. Avevo tutto ciò che mi serviva per essere una bambina felice, o almeno credevo. La mattina aiutavo il babbo nella stalla ed accarezzavo gli animali che non mi facevano paura. Strigliavo le criniere dei cavalli, mungevo le mucche, davo da mangiare alle pecore e, con le mie manine tozze e infreddolite, prendevo le uova alle galline quando erano ancora calde. Poi mi fermavo un attimo ad ammirare tutto, respirando a pieni polmoni quel dolce profumo di fieno secco. La nostra piccola fattoria domestica, animali che garantivano il nostro sostentamento perché noi ci occupavamo di loro. E pensavo che fossero belli, se guardati tutti insieme. A differenza della mia famiglia, che ai miei occhi sembrava la confusa unione di biografie mal assortite tra di loro.

Finché un giorno non si decise che era il momento di vendere qualcosa. Qualche animale. E si optò per il puledro, che era anche il mio preferito. Il puledro era bello. Io non volevo, ma ai miei genitori non importava. Ammutolii per i giorni a seguire. Giorni in cui mi sentivo sempre più sola. Sola con me stessa e i miei pensieri, che sembravano pesare sempre più nella mia testolina.

Finché non decisi che era meglio smetterla di fare domande. Per sempre. Anche se avevo gli occhi rossi che mi facevano male. Anche se avrei tanto voluto che qualcuno facesse a me delle domande, o anche una sola, se preferiva:

Ti è mai mancato qualcuno?

C’è sempre differenza tra qualcuno e qualcosa? Cosa ci manca per essere felici?

Perché tutti mancano a qualcuno, e io invece no?

Come mai non sono così bella da essere ricordata con nostalgia?

Forse è questo essere tristi per davvero, pensai. Convivere con la consapevolezza che nessuno curerà il tuo malessere. Ma domani andrà meglio, non è vero? E finirà bene, giusto?

CAPITOLO 5

Stavo stringendo fra le braccia il mio pupazzo di vecchia tela quando la notizia giunse alle orecchie dei miei genitori. Si sarebbero reclutati giovani adatti a far parte dell’Armata Rossa. E Viktor e Yuri non si sarebbero tirati indietro. C’era poco da fare, partecipavamo a un gioco di potere dove tutto sembrava essere ormai già stato deciso.

CAPITOLO 6

Un giorno uscii a fare il bucato sul retro. Sembravo quasi una spia, mentre svolgevo il mio semplice dovere di brava bambina russa. Tutto regolare, se non che a un certo punto vidi due ragazzi, soli davanti al negozio di regali. No, non erano soli. Erano in due.

Lui era alto, forte e possente. Lei minuta, magra e fragile. Bellissima e innamorata. Chiunque sfiorandola avrebbe potuto farla cadere. Ma il ragazzo non sembrava esserne in grado. Davanti a lui diventava una statua, con le guance rosse e i denti bianchissimi.

Sembravano il principe e la principessa dei miei libri di fiabe. A un certo punto il ragazzo tirò fuori l’oggetto magico. Io, con la bocca spalancata e gli occhi sgranati, osservavo la scena senza volerne essere tagliata fuori. Quanto avrei voluto potervi partecipare… E invece ne ero soltanto una spettatrice. L’unica, però. Ma non lo sarei stata ancora per molto. Era il momento per me di intervenire, portare qualcosa che nel mondo non c’era. Essere qualcosa di vero, ora che le cose si facevano serie. Anche se tutto intorno a me cominciava a crollare. Perché lo avevo capito: qui vinceva chi rimaneva in piedi.

CAPITOLO 7

In seguito, i nonni vennero a vivere con noi, perché nel loro condominio le persone stavano male. Poi anche i nonni si ammalarono e la mamma decise che per me era giunto il momento di fare qualcosa. Sarei andata a fare le pulizie dai vicini, mi disse. Non seppi mai se lo fece per proteggermi o per proteggere se stessa.

Da fuori, la casa dei vicini era grande e bella. Tante finestre, un imponente portone e bollenti lanterne un po’ ovunque. Suonai alla porta d’ingresso. Il suono ampio e profondo del campanello riecheggia ancora nella mia mente ogni tanto, quando ci penso intensamente e stringo gli occhi forte forte per concentrarmi. Eccolo, anche ora. Din don.

Neanche una manciata di secondi dopo, mi ritrovai faccia a faccia con il proprietario della casa: subito pensai di aver già incontrato il suo viso, in un primo momento non ricordai però dove. Uno di quei visi che si confondono, mentre cerchi qualcuno a cui appartenere. Mi deve essere capitato di recente, suppongo.

Sobbalzai dalla sorpresa, mentre cercavo le parole che avevo perso davanti ai quei duri lineamenti, che mi squadravano dall’alto al basso.

  • E tu chi sei? Cosa ti porta fino a qui? Hai per caso cattive intenzioni? Spionaggio o cose simili, che di questi tempi sono ormai una moda? –

Non sapevo come rispondere, non mi aspettavo di certo un’accoglienza del genere. E il linguaggio di quell’uomo, così tagliente ma anche così misurato. Doveva aver studiato parecchio, pensai. Studiato per farmi sentire la persona sbagliata al momento sbagliato. Sembravo immobilizzata, senza possibilità di proferire parola. Ad un certo punto sentii dei passi sempre più forti dietro di lui. Tacchi a spillo su pavimento di granito. Sullo sfondo comparve una ragazza dai lineamenti più dolci e dal sorriso più accogliente. Bellissima e innamorata. Ora compresi: era la stessa coppia che avevo visto qualche giorno prima.

Proprio loro. Non sapevo abitassimo così vicino. Forse un po’ troppo vicino:

  • No, caro, stai tranquillo: è solo la figlia dei vicini! Ricordi? Ci avevano chiamato perché cercavano un posto dove poterle far fare qualche – intervenne lei in mio soccorso.
  • Oh, giusto, devi scusarmi, dapprima non sembravo ricordarmene. Va bene, ti assumiamo come piccola domestica. Ma prima c’è però una regola fondamentale da rispettare e che tu non puoi permetterti di infrangere: non toccare nulla perché niente è di tua proprietà. Hai la nostra fiducia, non tradirla! –

Finalmente mi sbloccai, riuscendo ad aprire bocca:

  • Ne sono onorata, dico sul Prometto di non prendere nulla, ciò che è vostro rimarrà tale, com’è giusto che sia! –

A quel punto, si fece tardi: l’uomo dovette partire per i reclutamenti. I due si salutarono per l’ultima volta. Un bacio, di sfuggita. Un fiocco di neve sfiorò il mio naso. Lui corse via, senza degnarmi di uno sguardo. Erano belli, e così pieni di latente nostalgia. Rimasta con sua moglie, varcammo l’uscio:

  • Lavorerai otto ore al giorno: la mattina vi occuperete di riordinare e ripulire la casa, dalle otto di mattina fino a Dopodiché, dovrò uscire per sbrigare alcune commissioni e vi lascerò in custodia mio figlio, un adorabile bambino di tre anni. Si chiama Aleksey e vi chiederei di trattarlo con estrema cura. Questo fino alle ore sedici. A fine mese vi darò un compenso di ben 200 rubli, che dovrai portare a mamma e papà. Quanti anni hai? –
  • Ho dieci anni –
  • Allora un compenso del genere va più che bene. Coraggio, entra, così che possa orientarti meglio dentro la Cominciamo il nostro giro per le stanze. Partiamo dal soggiorno –

Oltrepassata la soglia, venni sorpresa dal numero di oggetti presenti nella stanza.

Piena di cose, ecco ciò che ricordo tuttora di quell’ambiente maestoso, che mi avvolse completamente con il suo tepore. Ma non cose comuni, cose, ecco, importanti: altezzose, sfarzose, principesche. Imponenti ceramiche decorate sfilavano una dopo l’altra all’interno di credenze dai vetri lucidi. Teiere e tazzine smaltate primeggiavano su tavolini di cristallo. E poi anfore, anfore piene di fiori. Fiori non privi di vita come i nostri, bensì belli e profumati, che spiccavano, appena sbocciati, con i loro ardenti colori. Non finti e asettici come quelli di casa nostra. E poi divani, lampade, sedie a dondolo. Insomma, un uniforme mucchio di oggetti che però sembrava trovare magicamente il proprio posto all’interno di uno spazio prestabilito. Tutto perfettamente in ordine.

In particolare, ricordo ancora la camera del piccolo e dei suoi genitori poiché solitamente vi passavo lunghi pomeriggi ad accudirlo: la stanza era molto graziosa, con una confortevole culla intagliata di legno bianco. Bianco come la neve.

Un tappeto colorato delimitava lo spazio adibito ai giochi. Giochi che ricordo poco, giochi mai avuti, che non avrei potuto avere e che quindi sarebbe stato meglio dimenticare. Giochi che avevo sempre sognato, rimasti fra le nuvole.

Rammento che la mamma del bimbo, ogni qualvolta andava a coricarsi, adagiava sul proprio comodino una deliziosa collana. Era la collana più incantevole che io avessi mai visto: era semplice, ma di valore, lo si sarebbe percepito ad occhi chiusi. Vi era appeso un ciondolo a forma di cuore, di un acciaio gelido al tatto, ma regale.

La lasciava lì, per paura che qualcuno tentasse di rubargliela. Così, finiva però per indossarla solamente in casa, limitandosi ad ammirarla talvolta allo specchio, talvolta per vantarsene con le proprie amiche. Più o meno intime che fossero, questo dettaglio non doveva interessarle.

Quel ciondolo mi piaceva. Mi piaceva tantissimo. Avrei tanto voluto averlo. Avrei tanto voluto chiamarlo mio. Continuai a ripetere queste parole nella mia mente, finché il loro fruscio non si fece talmente forte da doverne parlare con la mamma:

  • Mamma, perché noi non abbiamo nessun gioiello? E perchè papà non te ne ha mai regalato uno? – non avevo mai osato fare domande del genere, suppongo poiché la risposta la conoscevo già.

Mia mamma sospirò e non rispose subito. Forse era questa la sua intenzione, ma probabilmente tentò di dirmi comunque qualcosa, vedendomi lì, in punta di piedi:

  • Veronika, cara, gli oggetti hanno valore solo estetico, un valore superficiale. Ci possono legare ad un ricordo o ad una situazione, ma altrimenti ne possiamo fare a L’oro di un gioiello non si può paragonare alla profondità di un rapporto umano. Ricordatelo sempre! -.

Ero convinta di quella affermazione, mi bastò e ne fui soddisfatta. O meglio, in un primo momento. Quella sera, seduta in corridoio, udii un dialogo che non avrei mai dovuto udire, proveniente dalla camera dei miei genitori:

  • Dobbiamo trovarle un buon marito il prima possibile! Ricco e di buona

Quella bambina ha una parlantina terribile, quando ci si mette. La guerra non fa che proseguire e persino lei si è accorta di quanto la nostra situazione di indigenza stia peggiorando!

  • Ma se fino all’altro giorno era avvolta in fasce ed era muta come un pesce!
  • È pure parecchio bruttina, questo è il momento giusto: di questi tempi la promessa di un matrimonio è una rassicurazione per tutti, anche per chi, in normali condizioni, non la sceglierebbe neanche se fosse l’ultima donna sulla terra!

Quella notte non chiusi occhio. Lo specchio di camera mia non faceva che scrutarmi e criticarmi. Cominciai a temerlo. A temere innanzitutto me stessa.

Il giorno dopo, mi recai come d’abitudine alla casa della vicina, per i miei soliti lavori domestici. Ma ero diversa, e d’ora in poi niente sarebbe più stato come prima. Quando lei a mezzogiorno uscì per le sue commissioni, io rimasi da sola con Aleksey. Un bambino così dolce e innocente…non avrebbe mai rivelato alla madre l’atto che stavo per commettere. Lo misi a letto. Esitai un po’, ma alla fine sollevai dal comodino quella pesante collana e la riposi dentro la tasca. Mi sorpresi ad ammirarla incantata, chiedendomi quanto valesse, quanto tempo avesse impiegato l’artigiano per creare quel manufatto che ai miei occhi risultava una meraviglia.

Però dovevo trovare una soluzione per non ricondurre a me l’evidente reato: una volta tornata, la ragazza non avrebbe impiegato molto a scoprire che il suo delicato tesoro non era al suo posto… e avrebbe accusato me. Ebbi un’idea, anche se rischiosa: lasciare da solo il bambino per un attimo, il tempo di nascondere a casa mia il gioiello e tornare.

Incurante delle possibili conseguenze, feci quello che la coscienza mi diceva. Io non meritavo. Ma ora avevo.

Non tornai più a fare le pulizie in quel luogo. In paese si seppe la sera stessa che la ragazza era fuggita per lavorare come infermiera ed aiutare al fronte, vendendo la casa all’asta.

Non seppi più niente di lei, di Aleksey e del marito.

Solo, capii che il gioiello lo aveva abbandonato di proposito. Andava incontro al suo amore, l’acciaio non le serviva più. Nei giorni a seguire, cambiai. Sì, di nuovo.

Avvicinavo continuamente il gioiello al petto, chiedendomi: me lo meritavo? Era amore? Ora che avevo annientato la mancanza, lo ero anch’io? Bella come la ragazza a cui era stato regalato?

CAPITOLO 8

Capii che i miei castelli in aria erano privi di valore. Fuggii anch’io.

Non so se in cerca dell’amore, della bellezza, di un ciondolo o di me stessa.

Un giorno, molti anni dopo, qualcosa in me si ruppe. Decisi di portarmi da un orafo, lui magari lavorava con le emozioni molto meglio di quanto non sapessi fare io. Forse sapeva più di quanto non avessi appreso dalla nascita, parole per curare migliori di quelle che fino ad allora avevo ingoiato:

  • Buongiorno, che cosa posso fare per lei?
  • Vi dev’essere qualcosa che non va, in Ho bisogno di qualcosa di resistente per ricucire una ferita. Mi dica solo cosa devo fare per smettere di essere divisa, e lo farò.
  • Lei ha bisogno di stare Le serve amore. Amore proprio.

E fu così che, da sotto i ghiacci, risorsi. Un viaggio lungo, durato minuti interi, ma tornai a vedere la neve. Ero tornata. Ero salva, non più imprigionata dentro a un oggetto.

  • Vorrei donarlo, l’amore. Non sono mai stata capace di L’amore che ho rubato. L’amore che non ho ottenuto. L’amore mai esistito. L’amore che è morto. L’amore che è eterno. Espiare le mie colpe e donarle a qualcuno che sappia trasformarle in bellezza. Svuotarle, bruciarle e cucirle. Lei crede di sapere dove posso trovarlo?
  • Credo lo sappia anche da
  • La ringrazio Buona serata.
  • Signorina Veronika?

Mi girai di scatto, come punta da un insetto. Il viso di un uomo dolce e innocente mi guardava. E non era la prima volta. Sebbene il tempo avesse fatto il suo corso per entrambi, eccolo lì, in una culla di legno bianco. Bianco come la neve.

  • La trovo Ha già donato tanto amore, si assicuri di tenerne un po’ per se stessa.

Una lacrima. Vecchio mascara che cola su vecchia pelle. Ora sapevo dove andare.

CAPITOLO 9

Veronika, il gioiello e tutte le anime che vi abitavano.

Fa freddo, ma forse un po’ di caldo da dentro posso anche trovarlo. Cammino sulle pietre. È faticoso, è difficile, ma ce la posso fare.

Sorpasso il cimitero. Ora sì che sono sul ciglio del burrone.

Da qui, si vede tutta la città. Piena di case con dentro le luci. E piena di vita. Quella vita che mi serviva ancora. E per la quale avrei lottato a palle di neve.

Che ruolo può avere un gioiello nella nostra vita? Possono le cose vibrare più di un sentimento inesistente?

 Il ciondolo cade giù nel vuoto. Lo vedo farsi in un attimo sempre più piccolo, minuscolo, impercettibile.

Ecco, ora non lo vedo più.

Ma ecco, ora mi vedo di nuovo. Mi sono tenuta la parte dello specchio. Per vedermi, nel caso dovessi dimenticarmi chi sono. Sul ciglio del burrone, non temo di cadere. Ho le vertigini ma questa volta mi prenderò cura di me.

Che questo ciondolo possa portare amore a qualcuno che lo troverà senza rubare. E che questo qualcuno non abbia paura di condividerlo con qualcun altro. E che sappia essere un’anima vera perché piena di amore. Amore e bellezza, che poi forse sono la stessa cosa.

Intanto la neve aveva smesso di cadere.